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Knives Out | un caso aperto sulla costruzione del personaggio

In questo articolo analizzo la costruzione dei personaggi in Knives Out di Rian Johnson (2019)

Da un po’ di giorni vorrei scrivere un articolo su Knives Out e in particolare sul personaggio di Marta Cabrera, protagonista delle vicende di questo stupendo film di Rian Johnson del 2019 (condivido con voi la sceneggiatura originale direttamente dal sito del suo autore)

Vediamo se riesco a mettere in ordine i miei pensieri.

Un po’ di tempo fa, quando ero un ricciuto studente dei più disparati corsi di scrittura drammatica, c’era un aspetto, una nozione, che non mi ha mai convinto, ma che si presentava ricorrente come un mantra nelle variegate lezioni, non importa chi fosse il/la docente: il personaggio è il suo desiderio.

A me è sempre sembrata una cavolata… e anche adesso che scrivo questa frasetta, mi pare insensata e priva di fondamento. Dai, ho scritto cavolata ma volevo dire cazzata. Meglio?

“Se trovi il desiderio del tuo personaggio, ciò che realmente lo muove, allora avrai trovato la storia”.
Quante volte ho sentito questa frase? Troppe!

Siamo sicuri? Desiderio = storia? No, neanche per scherzo.

Vi faccio un esempio.
Oggi volevo scrivere un articolo su Knives Out. E lo sto scrivendo. Fine della storia.
Ieri avevo proprio voglia di gelato. Mangiato. Fine della storia.

Vi sembrano storie?
Vi sembrano avvincenti?
Vi sono sembrato drammaticamente caratterizzato come personaggio?
I say no, no, no come direbbe Amy Winehouse.
Eppure un desiderio mi muoveva, giusto?

Il desiderio muove il personaggio è vero (per mangiare quel gelato sono dovuto andare in gelateria). Il dramma è azione, è vero, MA quando il desiderio porta direttamente alla sua soluzione/risoluzione, non c’è storia, e quando non c’è storia non c’è personaggio.

Adesso arrivo a Knives Out. Prima però un muro di allerta spoiler.

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Knives Out: l’infermiera Marta Cabrera (Ana de Armas) è convinta di aver iniettato (senza volerlo) una dose letale di morfina al proprio assistito, il famoso scrittore di gialli Alan Thrombey (Christopher Plummer). In pochi minuti la dose avrà un effetto mortale e Marta vorrebbe chiamare l’ambulanza, ma Alan la ferma: i soccorsi non farebbero in tempo ad arrivare, lui morirebbe comunque e Marta verrebbe incriminata o arrestata e la sua famiglia, illegalmente presente sul territorio americano, verrebbe deportata. Alan chiede a Marta di andarsene (seguendo un preciso schema di movimenti per non venire scoperta) e quindi prende un coltello e se lo porta alla gola e, senza esitare, si uccide. Una settimana più tardi due poliziotti accompagnati dal super investigatore Benoît Blanc (Daniel Craig) interrogano i componenti della famiglia per verificare se questo caso di suicidio nasconde in realtà una vendetta famigliare. Vi torna come riassunto? Bene.

Adesso prendete il personaggio di Benoît Blanc. Nel finale, siamo negli ultimi cinque minuti del film, Marta Cabrera gli chiede in che preciso momento ha capito che lei era coinvolta nel suicidio di Alan Thrombey, al che l’investigatore risponde: dal primo momento!

Ovvero dal primo interrogatorio con Marta (siamo nei primi 20 minuti del film), l’ispettore Blanc capisce che l’infermiera aveva assistito personalmente alla morte di Alan: l’ispettore ha infatti notato una macchia di sangue sulle scarpe (bianche) della protagonista. Interessante… eppure non rivela questa informazione (nemmeno al pubblico).

Perché l’ispettore non ha rivelato subito questa informazione?
Perché lo sceneggiatore ha tenuto nascosto questo dettaglio agli spettatori fino alla risoluzione finale?

Presto detto: perché altrimenti non ci sarebbe stata storia.

Knives Out si sarebbe sviluppato più o meno così: l’ispettore Benoit Blanc vuole/deve risolvere il caso della morte sospetta del famoso scrittore Alan Thrombey e capisce da subito che l’infermiera Marta Cabrera ha assistito e in qualche modo il suo suicidio. La interroga, lei confessa, fine. (non ci sarebbe stato spazio per la controtrama di Ramson…ve la ricordate?)

Un super ispettore con delle incredibili abilità di osservazione difficilmente può essere il personaggio di una storia, perché essendo così incredibilmente capace nel risolvere i misteri, non lascerebbe spazio alla storia, andrebbe dritto alla soluzione, a meno che non si trovi ad affrontare un caso particolarmente intricato o non inganni gli spettatori e gli altri personaggi facendo finta di sapere meno di quello che in realtà sa. Avete presente l’ispettore Colombo? O Sherlock? O la signora in giallo? Anche loro seguono questi schemi.

Allo stesso modo dei super eroi con dei super poteri difficilmente saranno i protagonisti di una storia, MA lo saranno solo indirettamente a partire dai loro (più deboli, ma motivati) antagonisti.

Prendiamo adesso il personaggio di Marta Cabrera, l’infermiera personale di Alan Thrombey che è convinta di aver causato la morte del suo assistito. Marta è la vera protagonista del film.

Marta vorrebbe nascondere la verità su quanto è accaduto (non solo per salvare sé stessa, ma anche la sua famiglia che vive priva di permessi nel paese) ma Marta non può mentire perché sin da bambina ogni volta che dice una bugia vomita. Esatto, vomita!

Il super ispettore conosce questo aspetto della personalità di Marta e la mette alla prova (anche un po’ sadicamente) per portarla a rivelare i segreti che sa sulla famiglia Thrombey. Le fa ogni tipo di domande, ma glissa su quelle che realmente rivelerebbero il suo grande segreto (come mai? Perché vuole tenere in vita il caso, ovvero la storia).

Quello di Marta è un personaggio drammatico che funziona alla grande che tiene in piedi tutta la narrazione di Knives Out ed è stato progettato dallo sceneggiatore in modo tale che il suo desiderio (ma sarebbe forse meglio definirlo come la sua necessità) metta allo scoperto le sue debolezze e a rischio la sua esistenza.

Il desiderio in Marta non è un semplice motore di azioni, ma è uno strumento che mette in luce i suoi punti deboli e fa comprendere al pubblico cosa rischia il personaggio.

Attenzione, non sto dicendo che “il personaggio drammatico si costruisce attorno ad un desiderio che mette in luce le sue debolezze”, un personaggio drammatico può essere costruito in mille modi, dipende dal tipo di storia che si vuole raccontare. Vorrei solo smontare il pregiudizio della formula personaggio drammatico = desiderio.

Caso risolto? Che ne dice il Benoît Blanc che è dentro di voi?
Non so voi, ma io ho la sensazione che si potrebbe discutere ancora a lungo su questa faccenda. E lo farò senz’altro nei prossimi articoli. Diciamo che il caso è ancora aperto.

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