Scrittura

Scrittura R&D | The Laramie Project di M. Kaufman (2000)

In questo articolo condivido con voi alcune riflessioni sulla scrittura a partire da “The Laramie Project” di M. Kaufman del 2000. Ah sì, “R&D” sta per Research & Drama ovvero la mia ricerca personale e professionale nella nuova drammaturgia per continuare a riflettere su tecniche e forme narrative.

La scrittura è spesso accompagnata da una profonda ansia da prestazione. Almeno per me! I personaggi saranno credibili? Le azioni saranno coerenti con il contesto? Le battute dei personaggi, la loro visione del mondo, il linguaggio che utilizzeranno saranno all’altezza delle mie aspettative? (…e di quelle del pubblico?)

Domande su domande su domande, che nascondono un presupposto fondamentale, ovvero che tutto ricade su di me e sul testo. La riuscita o il fallimento del progetto drammaturgico dipendono unicamente dalle mie capacità individuali di monade creativa isolata dal resto del mondo.

Per fortuna, leggendo e spulciando in progetti di drammaturgia contemporanea, ho scoperto che queste mie ansie e domande sono dovute a una visione obsoleta e antiquata e vetusta e ottocentesca e altri sinonimi del drammaturgo e del suo mestiere.

Diverse sono le opere che mi hanno aperto gli occhi, una in particolare, è diventata un mio punto di riferimento. Un po’ come ho scritto nel precedente articolo dedicato a “Lampedusa” di A. Lustgarten, per me anche “The Laramie Project” di M. Kaufman rappresenta un luogo sicuro, un rifugio drammaturgico nel quale tornare nei momenti di dubbio creativo e di ansia da prestazione.

Cosa ho trovato di importante in “The Laramie Project”? Tanti aspetti. Vado di elenco numerato e puntato:

  1. È un’opera della quale percepisco l’importanza e l’urgenza. È un’opera che restituisce al teatro il suo ruolo e la sua rilevanza. Questo è dovuto alla premessa che ha portato alla nascita di questa drammaturgia: nella cittadina di Laramie (Wyoming – USA) il 7 ottobre del 1998 un giovane studente di 21 anni, Mattew Shepard, viene trovato senza vita a causa di un brutale omicidio a sfondo omofobo. L’evento mette sotto shock la cittadina e l’opinione pubblica statunitense. Moisés Kaufman decide di portare i membri della sua compagnia Tectonic Theater Project a Laramie, per incontrare gli abitanti del luogo, ascoltare le loro voci e capire come possa essere accaduta questa terribile tragedia. In scena quindi “The Laramie Project” ripropone le voci, le parole e i momenti di un trauma collettivo investigandone le radici e le conseguenze. Lo trovo un modo davvero rispettoso, poetico e importante (mi ripeto, ma è questo il concetto) per trattare una ferita assieme a una comunità. Il teatro esiste fondamentalmente (anche) per questo.

Tutti gli altri punti dell’elenco puntato e numerato sono secondari rispetto al primo, ma li riporto comunque (anche perché altrimenti che razza di elenco sarebbe?):

  1. (quello sopra)
  2.  Si tratta di una drammaturgia di ascolto. Una drammaturgia nella quale si da la precedenza alle voci, ai momenti e alle urgenze di un territorio. In questo tipo di progetto l’autore è più simile a un compositore che deve badare al ritmo, al montaggio e all’ordine che vuole dare ai momenti. Non si tratta di inventare, ma di chiedersi continuamente: “Cosa voglio comunicare?” “Cosa mi suggerisce il contesto?”
  3. È un’opera collettiva che nasce dal dialogo tra diversi “agenti”. C’è la popolazione, le persone intervistate che hanno fornito il materiale drammaturgico. Ci sono i membri della compagnia che hanno incontrato la popolazione e hanno cercato di mettersi in ascolto. C’è un team di una decina di drammaturghi e drammaturghe che si sono occupate dello sbobinamento delle interviste dell’assemblaggio. C’é una costruzione drammaturgica che non parte dal foglio, ma dal territorio e dalla scena. Tutto questo è dovuto anche al particolare metodo utilizzato dal Tectonic Theater Project diretto da Kaufman, nel quale si esalta il concetto di “Moment Work” ovvero una composizione della drammaturgia che avviene in un dialogo tra fonti, interpreti e scena. Mi prometto di realizzare una ricerca su  questo metodo per sapervi dire di più al riguardo.
  4. È un’opera corale. Basta dare un’occhiata al numero di personaggi rappresentati in scena. Ho iniziato a contarli, poi ho lasciato perdere perché il numero è puramente statistico. Diciamo che sono circa 50. CINQUANTA! Capito? Un vera e propria polifonia, possibile solo se prima della scrittura, c’è una profonda (e lunga) attività di ascolto.
  5. È un’opera con una chiara idea di produzione e di scrittura. L’idea di produzione è evidente: portare in scena una vera e propria comunità in uno dei suoi momenti più complessi, NON per mettere in luce una verità, MA per testimoniare la complessità di un evento. E questo a livello produttivo richiede: risorse per le ricerche, un grande investimento nella progettazione della drammaturgia (che deve essere rispettosa della storia e delle persone incontrate) e infine una visione essenziale e simbolica della scena. Questo ultimo aspetto è particolarmente evidente nella prima didascalia del testo che ci ricorda che “The Laramie Project” NON deve rappresentare la realtà oggettiva degli eventi, MA deve aiutare a evocare e suggerire le dinamiche e i personaggi di un determinato contesto. Non è un processo a Laramie e alle sue persone, è un processo creativo con le persone di Laramie.
  6. Dal punto di vista della drammaturgia diventa estremamente interessante analizzare come i 50 personaggi vengono presentati e rappresentati, ovvero come parlano e come si susseguono e intrecciano. Anche gli eventi che si susseguono e si confondano (dalle interviste al processo, dagli incontri nelle case di Laramie al funerale) portano a delle interessanti riflessioni su ritmo e montaggio… ma sapete che c’è? Potreste comprarvi il libro così oltretutto sostenete la causa. Sì perché “The Laramie Project” è sostenuto dalla Mattew Shepard Fondation, nata in commemorazione dei fatti di Laramie contro la cultura omofoba e dei crimini di odio. Quindi continuate a leggere, ad andare a teatro e a parlarne che fate del bene!

It’s the goal of the Matthew Shepard Foundation to create an environment where people are afforded an opportunity to discuss the play and its messages, the hate they encounter in their own lives, and how they can work collectively to build a more understanding and compassionate community. (dal sito https://www.matthewshepard.org)

 

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